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Tre Alberi - Romanzo di He Dun

luyued 发布于 2011-07-02 16:56   浏览 N 次  

TRE ALBERI 三棵树

He Dun[1] 何顿

Romanzo degli anni '90. Traduzione in Italiano dal Cinese. A cura di Elisa Pol.

PRIMA PARTE

1

La bara dove dormiva mio nonno e` enorme, lunga piu` di due metri e larga quasi un metro e mezzo. Una bara come questa e` alquanto rara: di un nero lucido, con i lati piu` lunghi spessi 3 pollici e quelli piu` corti spessi 30 cm, tutto in legno di canfora. Tenendo conto che le comuni casse da morto sono fatte semplicemente da un sottile strato di legno, doveva sentirsi orgoglioso, il nonno, nello stendercisi dentro! Mio nonno, quando era ancora fra noi, disse una volta, convintissimo: “Nel dormire li dentro, mi sento in pace con me stesso.” Pronunciando queste parole, sul suo largo volto solcato dalle rughe si scorgeva un senso di orgoglio, mentre due fagottini bianchi, che erano le sopracciglia, cominciavano a saltare, come due millepiedi in movimento.

La cassa da morto del nonno venne costruita nel 1962, quando il nonno aveva 60 anni. Da allora, ogni due anni il nonno la riverniciava con le proprie mani. Fu questa bara nerissima e pesante come l’acciaio a stremare le forze di ben sedici forti giovanotti, che, dopo quella faticaccia, non avevano neanche piu` la forza di respirare [1] ! A causa dell’eccessivo peso della bara, questi malcapitati dovevano posarla a terra ogni due passi, prendevano un po` di respiro, e poi, con un ruggito, riprendevano la bara sull’altra spalla, per proseguire cosi l’arduo cammino. La collina del cimitero dista un chilometro e mezzo dal paese; per arrivarci bisogna prima prendere due stradine ricurve e contornate da erbusti e poi deviare lungo lo stagno dei pesci, finche` ci si trova davanti un boschetto di steli tra gli arbusti: il cimitero. Era in questo luogo che, secondo le direttive dell’amministrazione di Huangjiazhen, dovevano essere sepolti tutti i morti. La buca per la bara, naturalmente, era molto grande; tutto merito del lavoro di cinque contadini chiamati dallo zio, che avevano continuato a scavare per ben due giorni prima di riuscire a fare una buca cosi grande e profonda. Posizione della fossa: collinetta occidentale del cimitero, di fianco a un paio di castagni. Al momento di sollevare la cassa per porla nella fossa, i sedici giovanotti, dopo immani sforzi, si lasciarono cadere a terra, ritrovandosi seduti con lo sguardo afflitto rivolto chi al cielo chi al boschetto di aranci sulla collina di fronte. In quella bella giornata di maggio c’era ovunque nell’aria una fragranza di fiori d' arancio, mentre il sole sprigionava un odore di verde. “In tutta la mia vita non ho mai patito una tale pena!” Mentre lo zio offriva loro delle sigarette, alcuni si scagliarono contro di lui insultandolo: “Vaffanculo! Lo sai che mi hai ridotto a pezzi?!” Al che lo zio, sorridendo, con aria umile: “Mi dispiace, ma non potevo fare altrimenti; guardate: anch’io sono distrutto!” “Oh, poverino! Figlio di puttana!” “Quando torno a casa dovro` spalmarmi almeno due barattoli di pomata per le contusioni! ‘Fanculo! Mi fa male dappertutto!” Dopo che tutti si furono sfogati insultando mio zio, rimaneva pero` sempre il problema della bara: non era proprio il caso di lasciarla a cielo scoperto. Cosi, mentre i sedici uomini facevano sforzi sovrumani per sollevarla, e, una volta riposta nella sua fossa, si riprendevano, sputando a terra per i morsi del dolore e con gli occhi fissi agli alberi li vicino, mia nonna, in piedi di fronte alla fossa, con le mani sulla vita ed un’aria di scherno, si rivolse cosi alla bara nera: “Adesso si che ti farai una bella dormita!”.

Che la nonna non fosse affatto addolorata per la morte del nonno, se ne accorsero persino gli ospiti presenti al funerale. Come c’era infatti da aspettarsi, la nonna non fece altro che muovere le bacchette incitando gli ospiti a mangiare, e cercando, nel frattempo, di accaparrarsi le pietanze piu` gustose, dimostrando un appettito fuori della norma. In realta`, mia nonna non ha niente di anormale; in compenso di odio ne ha da vendere: ella, infatti, affido` la sua passione giovanile, appartenente agli anni piu` prosperi della sua vita, ad un giovanotto; l’uomo steso dentro la cassa da morto altri non e` che questo guastafeste, il quale, oltrettutto, non prese mai seriamente in considerazione i sentimenti di lei, gettando via la sua giovinezza come un vecchio mobile, e andando per altro in cerca dell’amore di un’altra donna di nome Zhao Hongyan. Per questo fatto, mia nonna lo ha sempre odiato, fin da quando era giovane, rodendosi dalla rabbia. Quella mattina, la nonna si alzo` presto. Dopo aver mangiato delle tagliatelle ed un uovo fritto, butto` da parte le bacchette e comincio` a guardare di qua e di la` con i suoi occhietti rossi da lepre [2], camminando su e giu` per la stanza, finche` non usci dalla porta e si mise a fissare immobile la stele appoggiata alla base del muro, con un’espressione di profondo rancore. Questa stele era stata fatta da poco, la parte superiore levigata fino a formare un arco ed ai due lati tre righe arrotondate di grandezza disuguale scolpite nella roccia, con i seguenti caratteri piuttosto appariscenti, scritti in stile “Kai” [3]: “Tomba del padre di Ding Toro Nero”. Questo nome, che per qualcuno potrebbe non significare niente, per mia nonna, invece, e` l’equivalente di un nido di formiche impegnate a rosicchiarle l’anima da mezzo secolo.

“Ieri sera ho litigato in sogno con quel fantasma”, disse la nonna tra se` di fronte alla stele, il viso cosparso di rughe aggrovigliate come lombrichi, “mi ha afferrata per i capelli e mi ha spinta per terra sulla soglia di casa, ha anche avuto il coraggio di chiamarmi per nome: Yue Mei…….! Vedi che nonno cattivo che hai!” “Perche` dici queste cose?” la interruppi io, “Pensa se qualcuno ti sentisse!” Lei mi guardo` con uno sguardo tagliente come un coltello. “Tuo nonno non era poi una cosi brava persona da meritarsi che tu lo difenda!” La nonna e il nonno non si parlavano da vent’anni. Marito e moglie separati in apparenza da una porta, in realta` da un muro invalicabile. “Yue Mei” era il diminutivo affettuoso con cui il nonno chiamava la nonna cinquant’anni fa.

Dopo la sepoltura, la nonna, lo zio, la zia e mia cugina si incamminarono lungo la strada del ritorno. Mio cugino Jinwan ed io eravamo un po’ piu` indietro, intenti ad osservare gli alberi e le piante che affiancavano la strada ed a respirare l’aria buona, permeata del profumo degli aranci. Io, intanto, gli chiesi alcune questioni relative al lavoro di segretario nel villaggio. Jinwan e` di altezza media, magro e di pelle scura, due triangolini per occhi che ispirano tristezza, e sono sempre sporchi. Lo sporco agli angoli degli occhi e` un modo con cui Jinwan esprime disgusto per il mondo. Lui si rifiuta di guardare la societa` con un paio di occhi candidi come la neve, dal momento che ci sono uomini molto meno capaci di lui che sono diventati capi del villaggio o direttori di qualche fabbrica, e di questo se ne fa una ragione. Quello che lui teme e` che, senza accorgersene, possa offendere quelle persone manifestando con lo sguardo il suo disprezzo per loro, per cui preferisce lasciare che lo sporco gli nasconda tutto, per quanto possibile. “La cassa da morto del nonno e` grande da far spavento!”, afferai io, gettando uno sguardo alle bianche nuvole affacciatesi nel cielo, “Gli uomini che l’hanno portata sono tutti stremati dalla fatica.” “Questo dimostra che il nonno e` un uomo fortunato,” rispose mio cugino. E` dal 1962, anno in cui venne compiuta la costruzione della bara, che il nonno si separo` dalla nonna. Non so con precisione se sia stata lei a rifiutarsi di vivere insieme a lui, o se sia stato il nonno a cacciarla in una stanza piu` stretta, ma credo sia stato perche` la nonna aveva paura di vivere insieme al nonno. La cassa da morto era troppo maestosa, cosi grande e nera da far paura, ed inoltre era disposta come un letto. Eccetto il nonno, che la considerava come la cosa piu` normale del mondo, chiunque altro ne era terrorizzato. “Adesso e` tutto finito”, esclamo` Jinwan, dando un’occhiata agli alberi in parte alla strada, “Fino a ieri sera mi domandavo se saremmo riusciti a sollevare una bara cosi pesante.” “Gli uomini incaricati di questo sono diventati molli dalla stanchezza”, continuai io. “Il nonno e` vissuto per ben 25 anni stando presso alla sua bara.”

Per quanto mi riguarda, la presenza del nonno non e` mai stata di primaria importanza; da piccolo non lo vedevo quasi mai. Si puo` quasi dire che da vent’anni a questa parte tutti noi abbiamo cominciato a considerare il nonno come un morto vivente nella tomba. Il nonno sbarro` la porta che collegava la sua camera con il resto della casa e fece una nuova apertura su un altro lato della stanza, che si apriva dirattamente sul viottolo grigio e sgangherato. Mangiava ogni giorno per conto proprio. La sua stanza era invasa dal nero: letto, armadio, valige, tutto rigorosamente nero, per non parlare della macabra cassa da morto, di cui persino il poggiolo, il cuscino e le quattro gambe erano nere. Il nonno aveva l’abitudine di utilizzare la vernice della bara per verniciare ogni sorta di oggetti, persino il tinello di legno era diventato di un nero lucido. Fu probabilmente quando avevo sei anni, che, spinto dalla curiosita`, mi decisi ad aprire quella porta nerastra sbarrata per meta`. Non l’avessi mai fatto: il cuore mi salto` alla gola! La bara sembrava un essere umano che dormiva con la bocca aperta; il nonno, invece, sembrava un morto, steso sul letto della bara, con gli occhi sbarrati e un ciuffetto di peli grigi del naso drizzati verso di me. “Vieni qua!” Ordino` il nonno, guardandomi con gli occhi leggermente aperti. Io, ovviamente, gli ubbidii e mi accostai a lui, fissandolo con paura. Il nonno sollevo` un braccio e mi accarrezzo` la testa e le spalle, poi disse: “Chiama ‘nonno’!” “Nonno!”, ubbidii io, a bassa voce. Il nonno continuo` ad accarezzarmi il viso, “Su, fai il bravo, torna da tua nonna.” “Hai visto tuo nonno?” Mi interrogo` la nonna. “Ha una bara enorme!”, risposi io, con il cuore ancora in subbuglio. Appena la nonna si accorse che ero spaventato, la sua espressione divento` seria, e mi ordino`: “D’ora in poi non devi mai piu` mettere piede li dentro! Quell’uomo e` un vecchio cinghiale che passa i suoi giorni disteso in una bara! Se ci torni ancora, il mostro della bara ti mangera` in un boccone!” Lo zio era li in parte che fumava, la sua faccia da gatto aveva un’espressione cupa, “vieni dalla zio”, mi disse, sputando per terra del catarro verde. Io, buono buono, mi avvicinai e lo guardai. Lo zio, sorridendomi, mi accarezzo` la testa con la stessa mano con cui poco prima si era toccato i piedi; poi scoppio` in una risata e mi assicuro`: “Non aver paura, in fondo e` tuo nonno!” Anche lo zio si recava raramente da quelle parti. “Se proprio hai paura, fai a meno di andarci!”

2

Lo zio in questa vita e` stato sfortunato, perche` ha sposato una donna infedele. Questa donna lo ha privato di tutte le sue fortune e non aspettava altro che lui crepasse al piu` presto, in modo da ottenere la liberta`. “Ti riempio botte, brutta puttana!”, imprecava spesso lo zio, con una voce altisonante il cui rombo, pari a quello di un tuono, si andava a schiantare sul soffitto e di li rimbalzava in tutte le direzioni. Quando facevo le elementari, vidi piu` volte lo zio picchiare la zia: era ferocissimo, dava l’idea che volesse ammazzarla. La zia, naturalmente, piangeva istericamente, ed il suo pianto cadeva giu` dalla finestra per poi rotolare per tutta la via come una palla, cosi da diventare ancora piu` impressionante che non le grida furiose dello zio. La zia si confido` una volta con mia mamma, dicendo che, se non fosse stata figlia di un proprietario terriero, non si sarebbe mai sposata con un essere come quello, con una sgradevole faccia da gatto. La zia aveva una pelle molto bianca e morbida come il dofu, con un bel viso ovale [4]; i suoi occhi nero scuro avevano un che` di indefinito ed affascinante. Lo zio non l’ha mai picchiata sul viso, forse perche` non se la sentiva di rovinare un visetto cosi splendido, o forse perche` non gli piaceva l’idea che qualcuno lo vedesse mentre picchiava la zia, comunque sia, sceglieva sempre il sedere, le cosce, la vita o la schiena come obiettivo. Una sera, mi vidi entrare in camera la zia nel mezzo di un pianto dirotto; in quel momento, la mamma mi stava controllando con severita` i compiti per le vacanze. La mamma, non appena vide la zia entrare in lacrime, lascio` perdere me per consolarla. La zia alzo` la camicia per far vedere a mia mamma la schiena ed i seni pieni di ferite rosse e viola. “Lo vedi che animale!”, imprecava, con l’espressione sconvolta dalla rabbia.

La nonna mi ha sempre proibito di guardare lo zio picchiare la zia. “Sono una coppia di nemici, il cui odio e` stato accumulato nelle vite precedenti.”, mi spiegava la nonna, fissandomi intensamente con i suoi occhietti dal colore del terriccio [5]. “Cosa significa?” chiedevo io, al che lei mi rispondeva: “Tu non puoi capire.” E le si annabbiava lo sguardo sulla faccia dura come corteccia di acacia. Tuttavia, se la nonna non era in casa, io e Jinwan trovavamo sicuramente un modo per vedere loro due litigare, poiche` questa visione ci rendeva ansiosi ed eccitati. Soprattutto Jinwan voleva a tutti i costi guardare, sebbene si sentisse disorientato e combattuto nel vedere il babbo che picchiava la mamma. Durante il mezzogiorno di una giornata piovosa in cui era sparso nell’aria un profumo di crisantemo selvatico, proprio nel momento in cui tutta la gente del paese si apprestava a fare il sonnellino pomeridiano, compresi i cani, io venni svegliato dalle insolenze dello zio e le urla disperate della zia. Anche Jinwan si sveglio`. Quelle feroci voci di imprecazioni e pianti correvano su e giu` per la casa, come un branco di gatti impazziti, una scena che metteva paura. Io mi alzai, seguito prontamente da Jinwan; in quel momento sentimmo lo zio gridare: “Maledetta puttana, ti giuro sulla mia pelle che questa volta ti ammazzo con le mie mani!” La zia, da parte sua, lo insultava con voce stridula: “Ahia, Ahia, sei un animale a picchiarmi cosi! Ahia, figlio di puttana!” “Ho sentito bene? Hai il coraggio di offendere mia madre?! Hai proprio intenzione di crepare!” A cui seguivano le stridule grida della zia: “Ahia, ahia!” Io alla fine non mi seppi piu` trattenere e mi avvicinai alla porta, dalla cui fessura vidi lo zio che teneva a terra con forza la zia, con una faccia da gatto che sembrava volesse ammazzarla. Poi vidi lo zio tirarle giu` con forza i pantaloncini, finche` le arrivarono alle ginocchia. Con una mano la teneva per i capelli, con le ginocchia premeva la sua schiena formosa, mentre con l’altra mano afferrava una stecca di legno, gridando: “Hai detto ‘figlio di puttana’? Prendi questa!” E cosi gridando, picchiava furiosamente con la stecca la schiena ed il sedere della zia. La zia piangeva voltando il sedere, dibattendosi e insultando la suocera nello stesso tempo, mentre muoveva le sue bianche chiappe di qua e di la`. Anche Jinwan si avvicino`: cio` che vide furono il culetto in carne e i folti peli del pube della mamma. In un primo momento si ammutoli, poi comincio` a piangere sonoramente, dicendo: “Papa`, non picchiare la mamma, non picchiare la mamma!”. Io corsi a chiamare la nonna, che era seduta a casa del signor Tianfu, a rattoppare un paio di calzoni, con i piedi puzzolenti sopra lo sgabello, e la mano che afferrava l’ago portata verso l’alto, intenta a chiacchierare con il vecchio Tianfu, il quale non faceva altro che sbadigliare e sperava di aver trovato in mia nonna un modo per svegliarsi un po` fuori. “Nonna, nonna!” urlai io, tutto tremante dall’agitazione. “Lo zio sta picchiando la zia con la stecca, la picchia a sangue!” La nonna mise giu` ago e filo e, fissandomi con il suo viso leporino ricoperto di rughe che si andava incupendo, mi ordino`: “Vai a fare il tuo sonnellino!” “Ma lo zio sta picchiando la zia…” Negli occhiietti della nonna sprizzo` un lampo di luce, dopo di che mi interruppe: “Gli affari dei grandi non sono cose per te! Vai a dormire!” Non c’era niente da fare, la nonna non provava compassione non solo per la zia, ma neanche per se stessa. “Tua nonna ha passato la sua vita sopportando tante ingiustizie.” Mi disse la nonna una sera di molti anni piu` tardi.

La nonna era tutta presa dal dirigere lo zio e la zia nella ricerca dell’oro nella stanza del nonno. Quando io e Jinwan, piano piano, ci avvicinammo, vedemmo lo zio che, come un gattone, se ne stava accovacciato sopra una trave del soffitto a cercare chissa` cosa. Nell’armadio e nella panca avevano ormai rovistato ripetutamente, la stanza era diventata un quarantotto, con tutte le cose del nonno, scarpe, calze, vestiti, coperte, zanzariera sparse per terra. Persino lo strato di bambu sotto il tetto era stato rialzato fino a farne venire giu` meta`, che ora penzolava nel vuoto. Una sorta di campo di battaglia, insomma. La nonna ordino` bruscamente allo zio: “Cerca bene li all’angolo del muro!” Dopo di che, rivolta a Jinwan: “Vai anche tu. Tu che hai una buona vista, cerca di vedere se, tra le fessure del muro, riesci a trovare un fagottino. Il giorno in cui le truppe del Partito Nazionalista entrarono nel villaggio, quel vecchio fantasma di tuo nonno mise il denaro in tre pacchetti di stoffa, aggiuggendovi anche i miei orecchini, il mio anello e il mio braccialetto, col quale fardello si arrampico` poi sull’armadio e sali sopra le travi del soffitto.” Mentre parlava, il suo volto leporino era devastato dal rancore per il passato. Io stavo perdendo la pazienza: il nonno se ne era appena andato, e loro …Avrei proprio voluto cantaglierne un poche!

Dopo essermene andato, vidi il vecchio Tainfu, la sua brutta faccia [6] rivolta verso l’alto, seduto sulla soglia di casa; stava fumando una pipa. Alla mia apparizione, Tian Fu mi mando` uno sguardo molto amichevole, strizzandomi l’occhio sinistro, dove aveva un grosso neo nero, e mi chiese, gia` conoscendo la risposta: “L’avete spellito?” Io confermai con un “Mmh!”. Per il momento, decisi di non andarmene ed entrai in casa di Tianfu, sedendomi molto tranquillamente sul rozzo divano del soggiorno. “Tuo nonno si che fu un vero uomo!” esclamo` lui, rivolgendosi a me con quella faccia da sgorbio. “Non ebbe paura di nessuno in tutta la sua vita. Se non avesse avuto una buona dose di coraggio quando uccise quei tre soldati giapponesi, credi che avrebbe potuto riuscirci?” Questa storia, che sentii raccontare gia` da piccolo proprio da Tianfu e che narra di mio nonno che uccise tre giapponesi e di suo fratello che, per salvare tutto il paese Huangjiazhen, si assunse la colpa al posto del nonno, e` considerata da molti vecchi del paese come la storia piu` eroica dei loro tempi, e me ne parlarono tutti piu volte. Mentre fissavo il vecchio Tianfu accendersi la pipa, mi torno` improvvisamente alla memoria una frase con cui mi prendevano in giro gli altri bambini quand’ero piccolo, e cioe`: “Tua nonna dovrebbe vergognarsi ad andare a letto con il vecchio Tianfu!” Quando diventai grande, invece, non sentii piu` questa frase. Il vecchio Tian Fu e` piu` giovane di mia nonna di sei o sette anni, sua moglie mori quando era ancora giovane; a quel tempo, la gente del paese lo chiamva ancora ‘Babbo Tianfu’. “Nonno Tianfu, dimmi la verita`, in passato hai davvero fatto quelle cose con mia nonna?” Avrei avuto una gran voglia di chiedergli cosi spudoratamente, ma non mi riusci`. Tianfu estrasse dal pacchetto un po` di tabacco, lo mise nella pipa e poi, con un accendino a petrolio di vecchio stile, accese, ‘pu pu pu’, fece un tiro e sputo` fuori una nuvola bianca di fumo. “A quei tempi, chi avrebbe osato sfidare il tremendo Comandante Ma?” Mi disse, guardandomi con la sua brutta faccia, “Eppure anche lui cadde sotto le fauci di tuo nonno.” “La nonna e lo zio stanno cercando in casa l’oro, ormai hanno ridotto la casa in un bordello”. Tianfu curvo` un po la schiena e butto` fuori la cenere rima

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